La settimana scorsa sono stata allo Yasukuni, che è propio accanto alla mia scuola, saranno 200 metri, e venerdì pomeriggio invece sono andata con una compagna di classe al museo Ghibli.
Che hanno in comune un santuario shintō e il museo di una casa di animazione? Niente, eppure tornando a casa in treno mi è venuto in mente come questi due posti, così totalmente diversi, rappresentino due aspetti della stessa cultura.
Il museo Ghibli (che i giapponesi pronunciano “giburi” – ogni volta è un casino per farsi capire) è a Mitaka-shi, ossia un po’ fuori dal centro di Tokyo. Sempre che si possa parlare di centro a Tokyo… Comunque, un simpatico trenino metropolitano ci ha portate, me e la mia compagna di classe taiwanese, alla stazione di Mitaka nel giro di mezz’ora. Da lì, un microscopico autobus giallo con sopra Totoro ti porta direttamente alla Mitaka no mori (letteralmente, la foresta di Mitaka), che è la sede del museo, raggiungibile anche a piedi in verità.
La popolarità dello studio Ghibli in Giappone forse è seconda solo a quella della Disney (e per certi versi le due case, fatte le debite proporzioni, si assomigliano). A livello internazionale lo studio ha acquisito una certa popolarità nel 2002, quanto Sen to Chihiro no kamikakushi (in Italia, La città incantata) ha vinto l’Oscar come miglior film d’animazione. Nella madrepatria il più amato è sempre lui, Tonari no Totoro (Il mio vicino Totoro, 1988). Totoro è ovunque, tutti lo amano, e un motivo c’è.
La cosa più bella che abbia letto su Totoro è stata postata qui, da un commentatore anonimo:
se a uno non piace Totoro non è questione di gusti, non venga fuori a dire “tutti i gusti son gusti” o “eeeh sì carino ma” perché se uno vede Totoro e non piange felice è uno STRONZO di natura.
Insomma se non l’avete visto è il caso di rimediare. Io sto aspettando che esca il dvd (e intanto lo vedo sabato prossimo al matsuri della scuola, olé).
Il motto del museo è “perdiamoci assieme”, e non poteva essere più azzeccato. In questa casetta piccolina il tempo è un concetto che non esiste, ci si lascia trasportare dalla magia delle immagini, dalla bellezza degli schizzi alle pareti, dalle mille cose da provare, toccare, osservare.
Chi ha visto qualche film dello studio sa che tra i temi ricorrenti ci sono il rispetto del prossimo e della natura. E che le pellicole lasciano sempre una sensazione di “leggerezza”, o almeno questa è l’impressione che ne ho io.
Il santuario Yasukuni invece è tutt’altra faccenda. Volendo fare un paragone, potremmo dire che è una sorta di Milite Ignoto giapponese, in quanto è dedicato ai caduti per la patria dal 1968 (anno della Restaurazione Meiji) al 1945 (perché in seguito alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale al Giappone è stato vietato avere un esercito, e dunque teoricamente nessuno può più morire…).
Lo Yasukuni è anche il motivo per cui durante il governo Koizumi Cina e Corea si incazzavano regolarmente ogni volta che il premier decideva di farci visita, nonostante lui insistesse che fossero private e non istituzionali. Questo perché si celebrano tutti i caduti per la patria, anche quelli condannati a morte come criminali di guerra. Una quindicina di questi signori, tra cui il generale che ha coordinato l’attacco a Nanchino, sono proprio sepolti lì.
Questi retroscena rendono il posto vagamente inquietante per un gaijin. Non che ti guardino male o ti caccino a pedate, intendiamoci. Solo che nelle rare spiegazioni in inglese non si fa altro che parlare del complotto occientale, e via dicendo… C’è anche una statua dedicata a uno dei giudici del processo, l’unico secondo il capo del santuario ad aver capito che l’intera faccenda fosse una farsa ai danni del Giappone. Ora io non conosco bene i dettagli e conoscendo gli americani non escludo che abbiano voluto andarci giù pesante, ma neanche si può far finta di dimenticare certi episodi, cosa che invece accade nei libri di storia giapponesi.
Stando lì avevo sempre la vaga sensazione di essere osservata, non so perché. Mi hanno detto che ogni tanto ci si trovano gli ultranazionalisti, e quasi quasi mi aspettavo di vedere una fila di tizi in kimono con i tamburi a urlare “Nihon banzai”, invece niente XD
Sembra difficile pensare che due posti così diversi siano entrambi così giapponesi, eppure… In fondo anche questo è il bello del paese.