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Dubbi

Thursday, July 24th, 2008 | Lavoro e studio, Omosessualità | No Comments

Stamattina al lavoro si chiacchierava delle vacanze, e a un certo punto G., l’unico istruttore di una certa età (noialtri abbiamo al massimo 25-26 anni) mi chiede con chi ci vado in Portogallo.
“Con gli amici” (bugia n.1 - vado con Mik, anche perché non posso pretendere che si ospitino più di due persone, a noi conoscono tutt’e due quindi ok, ma per altri…)
E poi mi fa “Ma te sei fidanzata?”, domanda in realtà più che legittima, considerando anche che ho sempre una fede al dito.
Per questa domanda di solito ho due opzioni:
1. Dire di no
2. Dire di sì e far finta che Mik sia un uomo

Nessuna delle due mi piace, ma la seconda mi fa particolarmente senso, così ho risposto di no. Evidentemente ci ho pensato un secondo di troppo, perché mi ha chiesto una cosa del tipo se era un “no no” o un “no da revisionare” o roba del genere.
Per fortuna uno degli altri se n’è uscito con “ma un pacco di cazzi tuoi mai”, e soprattutto un bimbo è venuto a chiedermi aiuto quindi ho potuto svicolare. Dopo G. non ha più ripreso l’argomento, probabilmente ha pensato che non è un argomento di cui voglio parlare.

Il punto è che a me scoccia far finta di niente.
In mezzo ai bambini non voglio dire niente in ogni caso, anche se la metà non capirebbe di che stiamo parlando potrebbero o rimanerci male o raccontarlo a casa, e di questi tempi non è il caso. Figuriamoci se su una sessantina di genitori (calcolando circa 30×2) non c’è l’omofobo di turno. E io non voglio né rischiare di farmi licenziare (anche se potrei far causa, lo so) né di mettere nei casini gli altri ragazzi, il coordinatore o Marina.
D’altro canto non conosco così bene i miei colleghi da poter sapere che sono tutte persone dotate di una media intelligenza, che non piantano un casino o mi considerino un’appestata. Normalmente non me ne fregherebbe un accidenti (tantopiù che ancora una settimana ed è finita), ma lavorare in certe condizioni è pesante.
Il punto è che mi sento frustrata, e far finta di niente riduce anche la mia socievolezza. Mi sento sul chi vive, e non mi posso permettere battute/commenti/varie ed eventuali che inevitabilmente saltano fuori quando si parla delle proprie vicende sentimentali. Proprio non mi viene…

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Dal tedesco doppel (doppio) e gänger (passante), è un sosia spettrale. Si dice che incontrare il proprio sia presagio di morte.